Molise

La Pasqua dei molisani 1024 513 Molise Eccellenze

La Pasqua dei molisani

Non solo colombe e uova di cioccolato a volontà, ma anche tradizioni ancorate nei cuori e radicate nelle anime dei molisani; alcune, delle vere e proprie rappresentazioni scenografiche, che richiamano spettatori da ogni parte d’Italia, credenti e non. Si tratta, spesso, di rituali antichissimi che affondano le radici nel Medioevo se non, addirittura, nei lontani culti pagani; il tutto a rendere la Settimana Santa molisana un emozionante evento da non perdere. Andiamo a scoprirne qualcuna.

La processione del Venerdì Santo a Campobasso

Solenne, forte, struggente. La processione del Venerdì Santo è l’evento religioso che commuove più di ogni altro i campobassani, soprattutto grazie alla sensazionale potenza della musica: è proprio questa, infatti, la nota distintiva del corteo campobassano, vale a dire la presenza di un coro in nero composto da circa settecento elementi, uomini e donne: tenori, baritoni, soprani e contralti che realizzano un’unica voce, calda, vigorosa, il tutto accompagnato dalla banda, con il forte impatto degli strumenti a percussione, in grado di paralizzare orecchie e cuori di ogni spettatore. Ad essere intonato è il “Teco Vorrei, o Signore”, un vero e proprio inno, al cui ascolto te siente stregne ngann ra lu chiant (ti senti stringere in gola dal pianto), come diceva Nina Guerrizio, poetessa campobassana. E questo sottofondo accompagna la statua dell’Addolorata, che segue quella del Cristo morto, mentre il corteo si snoda prima nel centro storico e poi nella parte moderna della città. Uno dei momenti più suggestivi è, sicuramente, la sosta al carcere: al calar della sera, un detenuto recita una toccante preghiera al cospetto di Gesù morto e della Madre piangente. Infine la processione si scioglie con le due statue che fanno rientro nella loro casa, la Chiesa di Santa Maria della Croce, dove vengono custodite per tutto l’anno.

Gli Incappucciati: il Venerdì Santo a Isernia

Lugubre e affascinante, la processione del Venerdì Santo di Isernia è capace di creare la magia di un vero e proprio scenario medievale, attraverso la presenza degli Incappucciati, caratteristica principale della processione: si tratta di fedeli a capo coperto che trasportano le statue della Mater Dolorosa e del Cristo Morto, insieme ai busti degli Ecce Homo, le Croci Calvario e le Croci della Via Crucis. Il cappuccio, che copre rigorosamente tutto il volto, lasciando soltanto gli occhi al di fuori, serve a tenere segreta l’identità di chi compie quello che rappresenta un vero e proprio atto penitenziale; l’unico segno di riconoscimento è la mozzetta, una mantellina che va sulla tunica, e che ha un colore diverso per ogni confraternita della città, di cui i penitenti fanno parte; a suggello del cammino di espiazione, infatti, una corona di spine a cingere il capo dei figuranti e molti che lo percorrono a piedi nudi). Il tutto in un’atmosfera suggestiva e rigorosamente notturna, avvolta in un silenzio spezzato soltanto dai canti funebri intonati dai fedeli, che seguono l’intero percorso recitando preghiere ed invocazioni sacre.

La Pupatta della Quaresima

Il bello delle tradizioni sta proprio nel loro rinnovarsi ininterrotto di generazione in generazione, anche soltanto attraverso il ricordo. Quella della Pupatta della Quaresima è la storia di un’usanza ormai portata avanti da qualche anziano, in ricordo di tempi antichi e frugali, quando tra persone è tradizioni c’era ancora un legame carnale. Fino a qualche tempo fa in Molise si usava allestire la Pupatta della Quaresima, vale a dire l’abbozzo di una vecchietta vestita con un panno nero che, alla base della gonna, portava appesi in cerchio tutti gli alimenti consentiti durante il periodo quaresimale: pannocchie, aringhe, aglio, pasta, baccalà, ovviamente da cuocersi nella maniera più semplice possibile. Vi era anche una patata o una cipolla a cui venivano conficcate sette penne di gallina, corrispondenti alle sei domeniche di quaresima e al Sabato Santo, giorno di interruzione del digiuno tradizionale; ognuna di queste penne di sfilava il venerdì dopo le funzioni religiose: ed è così che la pupatta assumeva la funzione di calendario. L’ultima penna veniva tolta il Sabato Santo, a mezzogiorno, quando le campane annunciavano la resurrezione. Nelle mani della vecchietta, un fuso e una cannocchia, simbolo della pazienza, ma anche del tempo che passa. La pupatta veniva solitamente appesa al camino, specialmente negli ambienti più popolari e di campagna, dove si faceva colazione spesso strofinando il pane all’aringa penzolante dalla pupotta. Oggi l’aringa viene appesa ai balconi, specie da chi non possiede un caminetto.

Alla scoperta de La Piana dei Mulini 1024 485 Molise Eccellenze

Alla scoperta de La Piana dei Mulini

Lo splendido scenario naturalistico, il rustico fascino delle architetture in pietra immerse nella rigogliosità del parco della valle del Biferno, la premura per i particolari e la cura per l’ospite: questo e tanto altro rendono La Piana dei Mulini un luogo ricercato ed ideale per piccoli e grandi eventi, celebrazioni, matrimoni e riti civili che si affiancano all’attività alberghiera e ristorativa.

Sorge sul fiume più lungo del Molise un mulino intorno al quale, pietra dopo pietra, a partire dal lontano Settecento, si sono affiancati altri edifici volti alla lavorazione della lana delle greggi che percorrevano gli antichi sentieri locali della transumanza. Caduta in disuso tale pratica, motore economico della regione fino alla metà dell’Ottocento, parte del complesso venne trasformato in una centrale idroelettrica che forniva energia ai comuni limitrofi di Colle d’Anchise e Baranello. Una catena di montaggio ininterrotta fino agli anni ’60, quando la centrale fu dismessa e il complesso abbandonato. Ed è da queste radici che nel 2000 il comune di Colle d’Anchise e la Regione Molise hanno riqualificato la selva impenetrabile e le rovine degli antichi edifici, trasformando l’antica borgata in un magnifico parco, custode di specie rare e ricco di flora e fauna locale. Per le sue specificità naturali, infatti, il parco è stato dichiarato Sito di Interesse Comunitario (SIC), tant’è vero che è stata recentemente riscontrata, addirittura, la presenza della lontra, un animale molto sensibile all’inquinamento e alla presenza umana e, quindi, segno di una incontaminata purezza dell’ambiente fluviale.

Oggi, La Piana dei Mulini racconta la storia della rinascita di uno dei più grandi e importanti opifici preindustriali dell’intera Regione Molise, un simbolo di resilienza storica e multifunzionalità, attraverso cui si continua ad offrire un viaggio nelle tradizioni enogastronomiche molisane. Ogni ingrediente ha una storia da raccontare e ogni piatto segue il ciclo delle stagioni, senza mai tralasciare l’identità territoriale molisana: ancora oggi, pizza e minestra, il più tradizionale dei piatti molisani, è preparato seguendo l’antica ricetta, raccontando la sua storia ai clienti. Ma non solo: i formaggi della transumanza, i salumi delle tradizioni, frutta e verdura di stagione, l’olio extravergine degli oliveti secolari, il vino Tintilia, la pasta fresca preparata in cucina con le farine macinate a pietra e il tartufo pregiato della valle del Biferno.

Un’offerta molto appetibile per chi desidera conoscere il Molise oppure per chi vuole tornare a respirare le sue antiche tradizioni, arrivando anche a toccarle con mano attraverso i diversi workshop di cucina locale e tradizionale organizzati per gruppi di turisti nazionali e internazionali, al fine di divulgare la cultura enogastronomica regionale.

L’idea di offrire ai turisti un soggiorno non convenzionale, legato ai tempi e agli stili di vita locali, è stata il motore propulsore grazie a cui ha preso vita nel 2022 l’albergo diffuso, una formula alberghiera che valorizza il territorio, recupera gli antichi edifici, tutela il paesaggio e che rappresenta uno dei nuovi trend del turismo. Tuttavia, La Piana dei Mulini è un albergo diffuso “speciale” e unico nel suo genere (socio dal 2015 dell’Associazione nazionale Alberghi Diffusi), definito “di campagna”, nonché l’unico in Italia, perché non è situato all’interno di un borgo, come normalmente avviene per aziende di questo tipo, ma recupera l’agglomerato rurale intorno allo storico mulino. Tra l’altro, essendo ancora visibili le antiche tracce del mulino e della centrale storica, alcuni ambienti del sito sono tutelati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in qualità di bene storico e sono adibiti a spazi museali, grazie anche alla presenza di un mulino con macine a pietra ricostruito per scopi didattici all’interno degli spazi storici del mulino settecentesco.

Un gioiello verde tutto da scoprire, immerso nel cuore del Molise e che rappresenta un rarissimo esempio di complesso archeologico industriale ben conservato e rivitalizzato grazie alla collaborazione tra pubblico e privato.

Per saperne di più: La Piana dei Mulini

La Pasqua enogastronomica dei molisani 1024 769 Molise Eccellenze

La Pasqua enogastronomica dei molisani

A Natale con i tuoi, a Pasqua con chi vuoi! Ma sempre nel rispetto della tradizione, soprattutto quella enogastronomica. E in Molise, la festa della Resurrezione è davvero un piacere per il palato. Infatti, sono tanti i piatti tipici che vengono preparati con cura a partire da diversi giorni prima del Triduo pasquale. Andiamo a scoprirne 4.

Agnello, cacio e uovo

Si tratta di un piatto che esprime a pieno lo spirito della Pasqua: l’agnello rappresenta il sacrificio di Gesù nel farsi crocifiggere per salvare l’umanità; l’uovo, invece, indica la vita, ossia la Resurrezione. Il suo significato rende questo spezzatino di agnello, arricchito con uova sbattute e pecorino grattugiato, un piatto immancabile in molte tavole molisane.

Frittatona di Pasqua

In Molise è possibile anche realizzare frittate di 100 uova! Sì, avete letto bene. Nella lista dei piatti tipici pasquali molisani, c’è anche la Frittatona da preparare il pomeriggio del Sabato Santo e consumare il giorno di Pasqua. Si tratta di un’usanza diffusa in molti paesi del Molise, anche se, ogni comune adotta delle piccole varianti per quanto riguarda gli ingredienti da adoperare. In genere, non mancano i fegatelli di agnello e il pecorino, ma, in alternativa, è possibile utilizzare la salsiccia tagliata a cubetti e il parmigiano. Il piatto, simbolo di ricchezza familiare e generosità, è anche protagonista di una sagra che si svolge a Montaquila il 30 aprile e il 1° maggio.

Fiadoni salati e dolci

I Fiadoni – detti anche Casciatelli – sono davvero un must della Pasqua enogastronomica molisana. Si tratta di piccoli panzerotti ripieni di uova e formaggio oppure, nella versione dolce, di ricotta.

La pigna

La Pigna, simbolo della morte e Resurrezione di Gesù, è forse il dolce più tipico della tradizione pasquale molisana. È una sorta di panettone a lievitazione lenta, generalmente aromatizzato all’anice e ricoperto da una glassa di zucchero. A differenziare la Pigna molisana dalle altre del centro-sud Italia è l’aggiunta di patate lesse, che rendono l’impasto più soffice.

ArtiSgiani: il calzolaio di TikTok firmato Molise 1024 1024 Molise Eccellenze

ArtiSgiani: il calzolaio di TikTok firmato Molise

“Le materie che studiavo nelle aule universitarie avevano un senso per me solo quando ero nel mio garage/laboratorio privato a smontare, creare, sperimentare, dipingere, scolpire: la manualità e la dimestichezza con gli attrezzi me le ha trasmesse mio padre, grazie al suo sapere infinito ed al suo esempio”. È da qui che nasce la passione o, meglio, la devozione del maestro Antonio Pietromonaco che, con la sua “burbera spontaneità” è riuscito a diventare il calzolaio di fiducia non solo di tanti molisani, ma anche di tanti altri clienti sparsi su tutto il territorio nazionale, arrivando ad avere un seguito di oltre 500mila visualizzazioni su TikTok e una grossa community su Instagram e Facebook.

Ma partiamo dall’inizio. Antonio era solo un diciottenne quando portava a visionare le sue prime creazioni al calzolaio sotto casa: “Ho realizzato il primo paio di scarpe per mia nonna. Le prime creazioni sono nate per i componenti della mia famiglia. Sono partito dalle piccole cose, con attrezzi arrangiati: più progettavo con la fantasia, più creavo materialmente e più il sogno che avevo nella testa si trasformava in qualcosa di tangibile”. Da qui, la rilevazione della vecchia bottega del calzolaio da lui tanto stimato, con la necessità di innovare tutti gli aspetti ed i macchinari più obsoleti, per far sì che uno dei lavori più antichi del mondo potesse stare al passo con i tempi e con le esigenze della contemporaneità, nonché con le richieste di tutti i clienti. “La scelta dei macchinari è stata fondamentale. L’abilità dell’artigiano sta anche in questo, tutti possono comprare una macchina da cucire, ma non è quella che ti permette di creare un pezzo unico. Per farlo occorrono sia capacità di progettazione, di visione, che talento naturale”.

È da un’idea, infatti, che tutto prende forma: un bozzetto “mentale” che diventa prima disegno e, poi, prodotto artigianale; il tutto, passando attraverso la scelta dei pellami, con una predilezione per quelli italiani e per la concia naturale. Infine, la sapiente abilità nel mettere in pratica le tecniche acquisite negli anni per il taglio, la cucitura, fino alla scolpitura sul cuoio, grazie agli insegnamenti appresi all’Accademia delle Belle arti, con l’antica tecnica del “Leather Craft”, che si esegue con i “punzoni” (piccoli scalpelli) e martelli fatti apposta per il cuoio. È dal genio di Antonio che nasce, ad esempio, “la Marsupiella”: una borsa che può essere indossata in 9 modi diversi e che, grazie al sito web dedicato, clienti da ogni parte del mondo possono personalizzare in ogni minimo dettaglio e rendere unica. E lo sa benissimo anche la nota attrice italiana Nancy Brilli: la borsa firmata ArtiSgiani è arrivata, ebbene sì, fino a lei, creando una vera e propria tendenza grazie alla sponsorizzazione sui social.

Il maestro Antonio possiede creazioni in pronta consegna già in bottega, per qualsiasi target ed età, tutte rigorosamente realizzate a mano. Ma la sua vera passione è la customizzazione: cucire un progetto su misura, un accessorio, una borsa, ad esempio per un motociclista, studiata e progettata per la sua esclusiva moto: insomma, un prodotto unico e irripetibile. E poi, ovviamente, la calzoleria. Tra le tante cose, Antonio è specializzato in customizzazioni e risuolature complesse, motivo per cui ha ricevuto il titolo di “Calzolaio Vibram Premium per il Molise”, con tanto di certificazione da parte dell’azienda internazionale Vibram. “I clienti dicono che le scarpe le smonto e le rimonto, riportandole in vita”. Chiaramente, ci sono anche le riparazioni basilari, quelle come il cambiare una gomma, indispensabili per “NON SBATT E MUSS NDERRA” (per non scivolare e non cadere con il viso per terra): è così che Antonio si racconta sui social, con freschezza e spontaneità, portando sul web anche un po’ dialetto molisano e accaparrandosi la simpatia di tutti.

A completare il tutto, la mano della moglie Eufrasia: è lei la social manager di Antonio, che, con la sua coinvolgente energia, si occupa di raccontare, insieme al marito, la quotidianità della bottega, tra fatica e risate. “Marito crea/moglie rompe” è questo il loro ilare slogan: una sorta di Sandra e Raimondo. La chiave di tutto è instaurare un rapporto umano con il cliente, fondato sulla fiducia e sulla totale complicità: un vero e proprio credo, da cui nasce il servizio “#soscalzolaio”, dove Antonio viene contattato quotidianamente sui vari canali social per riparare e risuolare le calzature. Ovviamente, i pacchi arrivano da tutta, ma proprio tutta Italia, per avere un prodotto tutto molisano.

Dalla pelletteria, alle creazioni per il mondo biker, all’equitazione, fino ad arrivare alle rievocazioni medievali e agli accessori di lusso. Il tutto con una particolare attenzione rivolta all’ecosostenibilità: una filosofia di vita e aziendale, sotto il segno del motto “Prima di buttare pensa a riparare”, motivo per il quale Antonio preferisce proprio la concia al naturale per i pellami. Insomma, un artigiano che si prende cura delle calzature “COM Z FACEVA NA VOTA” (come si faceva una volta), ma instancabilmente al passo con la dinamicità dei tempi.

Per saperne di più: Antonio Pietromonaco

Caffè Camardo: un’azienda storica al passo con i tempi 1024 683 Molise Eccellenze

Caffè Camardo: un’azienda storica al passo con i tempi

Caffè Camardo: un’azienda storica, ma sempre al passo con i tempi

Dopo l’acqua, il caffè è la bevanda più diffusa al mondo: sono circa 1,6 miliardi le tazzine che ogni giorno vengono consumate. Tra queste, anche quelle di Caffè Camardo, un’azienda tutta molisana, la cui storia inizia nel 1948. “Durante un viaggio in Sud America, il Cav. Bartolomeo Camardo restò così affascinato dalle coltivazioni di caffè, da aprire a Roma, nel 1951, la Bottega del Caffè. Ritornato, poi, nella sua terra d’origine, il Molise, realizzò una nuova torrefazione garantendo così il futuro alla sua famiglia e contribuendo non poco all’economia locale, tanto che il comune, grato, gli dedicò la via in cui ha sede lo stabilimento.

Da ormai 70 anni, la tradizione di famiglia è sempre la stessa: fare un caffè buono e di qualità tracciabile. Maestri nel selezionare le migliori materie prime e artisti nel creare blend unici di caffè italiano premium, la missione dell’azienda Camardo è diffondere la cultura dell’espresso italiano nel mondo. Lavoriamo nel rispetto della nostra terra e delle relazioni umane, conservando i segreti della tradizione e guardando al futuro”. Un impegno che, attraverso quattro generazioni, ha portato l’azienda ad essere premiata da importanti organismi per la qualità del suo caffè, anche oltre i confini nazionali: negli anni ’70, grazie ai figli Felice e Giuseppe, l’azienda Camardo è stata tra le prime in Italia ad esportare il caffè tostato e miscelato verso i mercati dell’Australia, del Canada e degli Stati Uniti”.

Così, anno dopo anno, Camardo non solo ha attraversato sempre più paesi, ma ha saputo rispondere ai sempre più numerosi cambiamenti dei trend di mercato e delle abitudini di consumo. “Siamo state tra le prime aziende in Italia a credere nel monoporzionato in cialda E.S.E, una modalità di preparazione del caffè in casa molto più facile e veloce.

Negli anni ’90, abbiamo investito in tecnologia e innovazione, creando la cialda Caffè Camardo che, grazie al suo inconfondibile aroma, ha riscontrato immediato successo tra i consumatori e gli addetti ai lavori, diventando uno dei prodotti Camardo più amati e premiati.

Il passaggio al monoporzionato risponde alle nuove esigenze e ai nuovi ritmi dei consumatori che non vogliono rinunciare alla qualità di una buona tazzina di caffè, ma che ricercano nuovi modi di preparazione più in linea con le crescenti esigenze della vita quotidiana.

La preparazione di un caffè con una cialda Camardo è più facile e veloce rispetto a una moka tradizionale e da oggi anche più rispettosa dell’ambiente, perché si può smaltire nell’organico grazie alla certificazione di compostabilità ottenuta dall’ente TUV Austria.

Oltre alla cialda, Caffè Camardo ha introdotto sul mercato le nuove capsule compatibili con i sistemi più venduti, Nespresso*®, Dolce Gusto*® e Lavazza A Modo Mio*®.

Per rendere possibile un consumo sostenibile, abbiamo realizzato capsule che si smaltiscono nell’umido ottenendo certificazioni di compostabilità. Tutte le nostre novità di prodotto rispondono alla volontà di Caffè Camardo di orientarsi sempre più verso una produzione e un consumo sostenibili, nel rispetto dell’ambiente e della persona.

Caffè Camardo è un’azienda storica, ma sempre al passo con i tempi e che oggi si contraddistingue per l’utilizzo di energie rinnovabili e l’inserimento di prodotti biologici e ecosostenibili”.

Tra i fiori all’occhiello dell’azienda, la miscela Caraibico Master Baristi®: un caffè di “qualità premium che nasce dall’esperienza di oltre 70 anni di conoscenza e amore per il caffè. È un blend composto prevalentemente da caffè Arabica pregiati e che, grazie a un lento processo di tostatura e a una selezione ottica bicromatica innovativa, acquisisce caratteristiche organolettiche dal gusto armonioso e vellutato. La dolcezza dei suoi chicchi lo rende amato soprattutto dai veri intenditori che il caffè lo gustano senza zucchero.

Il tipo di confezionamento in latta hi-tech garantisce un elevato standard di conservazione della materia prima e la tipologia di imballo assicura la migliore tenuta alla barriera dall’ossigeno e assenza di odore”.

Dunque, una vera Molise Eccellenza, la cui passione per il caffè si esprime “non solo in tutte le forme in cui viene preparata la bevanda, ma anche attraverso l’Accademia del Caffè, fondata venti anni fa per trasferire la conoscenza del caffè al mondo professionale e agli amanti del caffè”.

Per saperne di più: Caffè Camardo

Gioielleria Norelli: una storia lunga trent’anni 1024 686 Molise Eccellenze

Gioielleria Norelli: una storia lunga trent’anni

Grazie al mio gioielliere posso tenere al dito un lago di zaffiro e intorno al collo foglie di smeraldo. E posso portare con me, ovunque vada, un tramonto di citrino. Durante il giorno, i gioielli mi fanno sentire tutt’uno con la natura anche in un ufficio senza finestre. E se la sera devo lavorare fino a tardi, non c’è niente di più meraviglioso di un cielo di onice su cui brillano stelle di diamanti e una luna piena di perla“. (Astrid Alauda)

A comprendere bene questa citazione è sicuramente Pasquale Norelli che, nel 1993, ha trasformato la bottega da falegname di suo padre in un laboratorio d’arte orafa i cui prodotti, nel corso degli anni, hanno viaggiato ben oltre i confini regionali fino ad atterrare in vetrine di importanti città europee come Londra, Parigi e Monaco.

“Dopo otto anni di studi a Firenze, sono tornato a Campobasso e ho aperto Norelli Gioielli, mettendo a servizio dei clienti le tecniche e le conoscenze apprese in quella che può essere definita la patria delle migliori scuole e botteghe orafe al mondo”.

Così, anno dopo anno, il laboratorio di Corso Giuseppe Mazzini ha dato vita a tantissimi oggetti preziosi la cui caratteristica principale è sicuramente l’unicità.

“Tutti i miei gioielli sono ideati e realizzati rigorosamente a mano, con cura e perizia. L’obiettivo è creare sempre oggetti unici, tutti diversi l’uno dall’altro”.

Un modus operandi che, unito alla capacità di saper coniugare modernità e tradizione, ha condotto Pasquale a grandi soddisfazioni.

“Un giorno venne in laboratorio un frate che non conoscevo. Mi portò una grande quantità di oro, due denti di Padre Pio e alcune crosticine del suo costato, chiedendomi di realizzare un reliquario per la chiesa di San Giovanni Rotondo. Mi sono sempre chiesto chi lo indirizzò da me, ma non l’ho mai saputo. L’arte sacra è sicuramente quella che mi affascina di più perché mi attrae il luogo a cui è destinata”.

Una passione quella per l’arte sacra da aggiungere alla collezione privata di preziosi antichi della tradizione orafa molisana: una vera e propria vetrina di museo, che è possibile ammirare all’interno della bottega, guidati dalla precisa e puntuale conoscenza dell’oreficeria antica alto molisana abruzzese dall’età dell’Ottocento ad oggi da parte di Pasquale.

Per saperne di più: Norelli Gioielli

Festa di San Giuseppe a Riccia 1024 576 Molise Eccellenze

Festa di San Giuseppe a Riccia

LE ORIGINI

La tradizione nasce da una leggenda che, ancora oggi, viene tramandata di generazione in generazione: un uomo anziano e povero girava tra i paesi chiedendo ristoro, ma solo a Riccia venne aiutato. Ad aprirgli le porte un uomo che, seppure non benestante, divise con il poveretto il poco cibo a disposizione, perlopiù legumi. Il popolo riccese riconobbe nel viandante il falegname di Nazareth, dando così inizio alla tradizione del 19 marzo.

IL RITO

Dopo la processione in onore di San Giuseppe, il rito è affidato alla spontaneità delle singole famiglie che provvedono ad invitare a pranzo tre persone: un uomo sposato (San Giuseppe), una donna celibe o nubile (la Madonna) e un giovane non sposato (il Bambino Gesù). Prima di iniziare il pranzo, che prevede dalle 13 alle 19 portate, vengono recitate alcune preghiere e viene condiviso tra i commensali il primo bicchiere di vino ed il primo pezzo di pane. A seguire inizia il pranzo a base di alimenti tipici della cucina tradizionale: dai legumi al baccalà per concludere con i dolci. Terminato il lungo banchetto, che si protrae fino al pomeriggio, i commensali recitano di nuovo le preghiere e viene offerto alla Sacra Famiglia un cesto composto da una pagnotta di pane, un assaggio delle pietanze servite e un numero dispari di cavezune (calzoni), i dolci tipici della Festa di San Giuseppe.

Dunque, un appuntamento ricco di preghiera e tradizione che, soprattutto in passato, richiamava l’attenzione non solo dei residenti, ma anche di molti turisti che aspettavano l’occasione della festa per bussare di casa in casa per riempire il proprio sacco di ogni offerta ricevuta.

Gocce di Brina: la missione di salvaguardare l’unicità 1024 683 Molise Eccellenze

Gocce di Brina: la missione di salvaguardare l’unicità

“Gocce di brina”: da un lato, un gioco di parole che richiama la brina per le caratteristiche delle pietre, spesso sferiche, fredde, ma brillanti. Dall’altro un simbolo: il risultato del complesso e affascinante processo di creazione di un gioiello artigianale, unico ed irripetibile, come l’emozione di un momento; una goccia d’anima, delicata come la brina, che prende forma. È con questo spirito che nasce, nel 2014, l’omonimo laboratorio artigianale, dalla passione della titolare, Sabrina Trabucco. Figlia di un maestro d’arte, pittore per passione e artigiano ormai in pensione, Sabrina eredita quella spiccata vocazione per la manualità, gli strumenti da lavoro e le mani sporche. Il suo mondo è la sua bottega che, dal 2019, si trasferisce dalla vecchia sede di Rocchetta a Volturno (IS), suo paese d’origine, alla storica e celebre Strada Orefici di Campobasso: un modo per rispondere alla crescente richiesta di creazioni personalizzate e che sottolinea la ferrea volontà di innovare nella tradizione.

Sabrina, come ama ripetere, è “leader di se stessa”: da un gioco cominciato durante gli studi universitari, smontando e rimontando oggetti che non le piacevano, si è fatta da sola, riuscendo a trasformare il passatempo in professione, sfruttando la fervente passione per le pietre e per il lavoro a mano come uno slancio per uno studio costante da autodidatta. Dai classici mercatini d’esposizione, lavoro e fatica hanno consentito all’artigiana di ottenere i primi riconoscimenti dai professionisti del settore, fino ad arrivare agli accordi commerciali: punti vendita attentamente selezionati, sia in Molise a Campobasso, Isernia, Termoli e Venafro, sia nelle regioni limitrofe, in Abruzzo a Castel di Sangro e nel Lazio a Roma, per giungere, poi, alla sede attuale.

Gocce di brina “ama essere unica”: la missione è quella di salvaguardare e difendere l’unicità, in un mondo sempre più conformato agli standard fissi dei brand. Creare un gioiello irripetibile, che racconti l’anima della persona e che la distingua dagli altri: l’artigianato non prevede per natura cose uguali, la mano crea ogni volta in modo diverso e su misura di un unico individuo, con una predisposizione innata all’empatia che all’artigiana non manca.

Il laboratorio utilizza attrezzature esclusivamente manuali per l’esecuzione delle tecniche orafe tradizionali, quali il traforo, l’incisione, la martellatura, l’imbutitura, la sabbiatura e chi più ne ha, più ne metta. Il segno distintivo dell’azienda è proprio la combinazione di pietre naturali con lavorazioni in acciaio, alluminio, rame ed ottone, che consente di realizzare linee comode, versatili e personalizzate: tutti gli ingredienti del complesso processo di creazione, che parte dall’astratto disegno del modello e arriva fino alla concretezza del prodotto finito.

L’ecletticità e, soprattutto, il profondo senso di appartenenza alla propria terra della titolare hanno portato alla creazione della linea “Love Molise”, dedicata alla valorizzazione dei luoghi e delle tradizioni della regione: dal traforo dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno fino ad arrivare agli orecchini che riproducono la forma geografica della regione di soli 5 millimetri, una dimensione che richiede una precisione infinitesimale con movimenti di pochi decimi di millimetro. Un cavallo di battaglia? Realizzare collane e orecchini, come spazio libero in cui esprimere creatività ed estro.

Attraverso la promozione su più fronti, online sui principali social network e offline tramite la partecipazione ad eventi, l’ultimo dei quali “MoliseExist” tenutosi a Montaquila nel 2019, insieme all’empatia creatasi con la clientela, Gocce di Brina è, ormai, una grande famiglia: punto di riferimento per tutti coloro che amano il prodotto artigianale, creato con estro, sapienza e personalizzato nell’idea, nella forma e nel materiale.

Per saperne di più: Gocce di Brina

Macelleria Coccagno: Dal 1965 a difesa del territorio 1024 683 Molise Eccellenze

Macelleria Coccagno: Dal 1965 a difesa del territorio

Gabriele Coccagno, coniugando passione, artigianalità e innovazione, ha trasformato la macelleria di famiglia in un laboratorio dove a fare da protagonista è la territorialità.

Campobasso – A pochi passi dal centro, tra la stazione dei treni e il terminal, c’è una piccola macelleria, la cui insegna quasi si confonde tra quelle degli altri negozietti presenti in via Giambattista Vico. E perderla tra la folla sarebbe davvero un peccato! Al suo interno “si nasconde” Gabriele Coccagno che, coniugando passione, artigianalità e innovazione, ha trasformato la macelleria di famiglia in un laboratorio dove a fare da protagonista è la territorialità.

“La ricerca della qualità -racconta Gabriele- è da sempre il nostro cavallo di battaglia. La nostra sfida è dimostrare che alcuni prodotti legati all’industria -almeno nell’immaginario collettivo- si possono realizzare anche artigianalmente. Questo ci permette di offrire prodotti naturali e altamente digeribili: privi di polifosfati, coloranti e glutammati”.

Gabriele, infatti, accanto ai salumi stagionati caratteristici della gastronomia molisana, propone prodotti tipici di altri luoghi rivisitati in chiave artigianale. Dai würstel agli arrosti di tacchino al vapore, passando per il prosciutto cotto “San Nicola” (offerto anche nella variante con la Tintilia), alla famosissima Molisella, una vera mortadella Moli_Sana, disponibile in tre versioni: al pistacchio, alla cipolla e al tartufo.

“La ricetta della Molisella -racconta Gabriele- è segreta, ed anche per questo ho deciso di brevettarla, depositando il marchio presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Inoltre, ha ricevuto attenzione anche dall’Università degli Studi del Molise con una tesi di laurea seguita dal Prof. Giuseppe Maiorano”.

Un lavoro fatto di studio, sperimentazione e ricerca che, nel corso del tempo, ha condotto Gabriele non solo a vendere i suoi prodotti nelle regioni limitrofe, ma anche a ricevere diversi riconoscimenti come il “Premio Dino Villani 2021” per la “soppressata casereccia” da parte dell’Accademia Italiana della Cucina e, nel 2018, la “Stella della Gastronomia” dalla Federazione Cooking Show. E, sicuramente, di successi ne arriveranno ancora tanti per la Macelleria Coccagno i cui prodotti, dal sapore unico e irripetibile, si potrebbero distinguere tra mille altri.

Per saperne di più: Salumeria Coccagno

RITUALE DELL’UOMO CERVO 1024 683 Molise Eccellenze

RITUALE DELL’UOMO CERVO

Carnevale di Castelnuovo al Volturno: alla scoperta del rituale dell’uomo cervo

Semel in anno licet insanire: una volta all’anno è lecito fare pazzie. È così che recita una nota sentenza, attribuita a Seneca. E quando, se non a Carnevale, è permesso tirar fuori quella radice ancestrale e tracotante dell’essere umano, quel puro istinto che appartiene alla profonda natura animalesca dell’uomo? Quella che rappresenta, in fondo, la conditio sine qua non della rinascita, del trionfo dell’ordine sul caos. D’altronde, è questa la vera essenza del Carnevale: attraversare la perdizione, per poi risorgere. La natura ha bisogno di morire, per rinascere, poi, a primavera. Ed è così che, dai tempi in cui mito, leggenda e realtà si confondono, il passaggio da una stagione all’altra viene sancito con un rituale apotropaico.

Immaginiamo, ora, di essere a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta a Volturno, incantevole zona della provincia di Isernia. È l’ultima domenica di Carnevale e, la cornice crepuscolare del tramonto che avvolge l’unica piazza presente, le case e i monti delle Mainarde in un unico e suggestivo dipinto, offre lo scenario per un rituale carnevalesco tutto molisano: il rito dell’Uomo Cervo, “Gl’ Cierv” per la precisione. Il tintinnio ridondante dei campanacci, suonati dalle Janare in arrivo, lascia presagire a centinaia di spettatori trepidanti di attesa che qualcosa di magico si sta per compiere. E, poi, ecco gli Zampognari. Trambusto, grida ossesse e bramiti annunciano l’arrivo impetuoso dell’Uomo Cervo, la bestia, “Gl’ Cierv”; i suoi attributi sono quelli tipici dell’universo ferino, nella sua dimensione tutta pre-umana (e pre-umanizzata): vestito di pelli e sulla testa grandi corna ramificate. Inchiostro nero sul volto e campanacci sul petto, esso è il simbolo dell’inverno, della fame, del freddo, della mendicanza, la figurazione della parte più buia dell’animo umano, dell’irragionevole, della travolgente tendenza autodistruttrice. In preda ad una furia indomabile, crea scompiglio nella piazza, urlando e dimenandosi con violenza selvaggia. Nemmeno le movenze più aggraziate della bianca Cerva, la sua compagna, riescono a placarlo.

Come ogni mito comanda, è necessario un eroe civilizzatore: ed ecco Mago Martino, misterioso personaggio venuto dalla montagna, l’incarnazione del Bene chiamato a domare il Male: le bestie, adesso, sono state soggiogate. Ma non è sufficiente: il Male torna a vincere, perché i cervi riescono a divincolarsi e a seminare panico ancora una volta. Soltanto il definitivo intervento del Cacciatore, colui che incarna il trionfo della giustizia sulla tracotanza, riesce a frenare le forze disgregatrici: le bestie sono a terra, ferite dal colpo esiziale dell’arma da fuoco. Tuttavia, se è vero che la vita offre sempre una seconda possibilità, vien da sé che non tutto è stato ancora compiuto: il Cacciatore soffia “un alito di vita” nelle orecchie dei due animali ed essi si rianimano. Una possibilità di redenzione, una nuova vita lontana dalle asprezze degli istinti, dalla contaminazione. Gli animali, ora, sono liberi di correre verso le montagne, verso la natura incontaminata e rigenerati da un afflato di umanità. L’inverno è giunto al termine, torna la Primavera e, con essa, il rigoglio della Vita.

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